Al suo fianco sedeva suo padre, l’anziano duca Charles de Montmirail, con l’aria truce di un patriarca pronto a difendere l’onore del casato contro i parvenue della speculazione finanziaria.

«Signore e signori della stampa,» esordì Beatrice, appoggiando le mani sul leggio d’ebano mentre i flash scattavano a raffica. «Gli eventi vergognosi a cui molti di voi hanno assistito ieri sera non sono stati un incidente isolato. Da oltre un anno, la holding Vance Enterprises è al centro di manovre finanziarie opache che coinvolgono fondi neri sottratti alle opere filantropiche europee. Quando ho scoperto che la signora Elena Laurent, già coinvolta in passato in gravi appropriazioni indebite, veniva utilizzata come pedina per ricattare il nostro gruppo familiare, ho deciso di interrompere ogni legame personale e commerciale con il signor Vance. Non possiamo permettere che il nome della nostra famiglia venga infangato da una vicenda di tale degrado morale.»

Un mormorio corse tra i banchi dei giornalisti. I taccuini si riempivano rapidamente.

«Mademoiselle de Montmirail!» gridò un corrispondente del Financial Times. «È vero che la bambina portata via ieri sera è la figlia biologica di Julian Vance?»

Beatrice assunse un’espressione di dolorosa compassione. «Non abbiamo alcuna prova genetica verificata. Tutto lascia supporre che si tratti di una crudele messinscena organizzata per deviare l’attenzione dalle imminenti insolvenze bancarie della Vance Capital. Ma la giustizia farà il suo corso. Abbiamo già depositato un esposto presso la Procura della Repubblica per violazione di domicilio, minacce aggravate e diffamazione a mezzo stampa.»

In quel preciso istante, le pesanti porte a doppio battente in rovere dorato in fondo al salone si spalancarono con uno schianto sordo.

Il brusio si spense istantaneamente. Una cinquantina di telecamere si voltarono all’unisono come girasoli attratti da una nuova, accecante sorgente di luce.

Julian Vance avanzava lungo il corridoio centrale con passo sicuro, calmo, implacabile. Indossava un completo a tre pezzi grigio fumo, cravatta di seta blu notte e un soprabito nero aperto sui fianchi. Al suo fianco non c’erano avvocati né guardie del corpo visibili, ma una figura minuta che fece trattenere il respiro a metà della sala: Elena Laurent, sorretta con infinita dignità dal braccio destro di Julian.

Elena indossava un tailleur pantalone color avorio di straordinaria fattura sartoriale. Il suo volto, sebbene segnato da un’ombra di pallore, era illuminato da un’espressione di assoluta, fiera serenità. Sul suo petto scintillava un ciondolo antico in platino e diamanti: il leggendario Cœur d’Étoile, gioiello di famiglia dei Vance che la madre di Julian aveva affidato solo alla custode designata del patrimonio.

Beatrice impallidì a vista d’occhio. La sua mano destra, ancora aggrappata al leggio, cominciò a tremare impercettibilmente. «Questa è una conferenza privata! La sicurezza allontani queste persone!»

Nessuno della sicurezza dell’Automobile Club mosse un passo. Gli agenti privati all’ingresso erano già stati sostituiti da personale d’élite agli ordini diretti di Marc Boucher.

«Continua pure, Beatrice,» disse la voce profonda e vellutata di Julian, che risuonò nei microfoni dell’impianto acustico senza che l’uomo avesse bisogno di alzare il tono. «Non interrompere la tua commovente narrazione per noi. Eravamo curiosi di sentire come avresti spiegato la clausola di liquidazione forzata del trust lussemburghese.»

«Che pagliacciata è questa, Vance?» ruggì il duca Charles de Montmirail, alzandosi faticosamente in piedi e battendo il pugno sul tavolo. «Non hai alcun diritto di presentarti qui! Le guardie…»

«Le vostre guardie stanno attualmente rispondendo alle domande della brigata finanziaria della gendarmeria nazionale nel cortile esterno, duca,» intervenne Elena, facendo un passo avanti. La sua voce era chiara, melodiosa, limpida come il cristallo più puro. «E con loro c’è il dottor Henri Laurent, che circa tre ore fa ha firmato una confessione dettagliata di quarantasette pagine davanti al procuratore generale.»

Un boato di stupore scosse la sala stampa. I flash ripresero a scattare a un ritmo forsennato.

Boucher, comparso silenziosamente alle spalle dei due, consegnò a Julian un telecomando a infrarossi. Dietro il leggio di Beatrice, il maxi schermo destinato a proiettare i grafici di bilancio della fondazione Montmirail si illuminò improvvisamente.

Non apparvero numeri, ma una serie di registrazioni video e documenti scansionati con il timbro di segretezza della clinica di Lione.

Il primo documento proiettato mostrava l’ordine di trasferimento bancario di dodici milioni di euro dal conto personale di Beatrice de Montmirail alla società fiduciaria svizzera che gestiva la struttura psichiatrica clandestina. La causale, vergata con cinismo disarmante, recitava: Custodia permanente e somministrazione protocollo sedativo “Nemesis” per paziente Laurent E.

Il secondo documento era il certificato di nascita originale redatto dal reparto neonatale clandestino: Sofia Vance-Laurent, nata l’11 ottobre 2021, figlia di Julian Vance ed Elena Laurent.