«Dottore,» disse Julian, alzandosi di scatto con una rapidità che fece arretrare persino le guardie del corpo.
«La bambina è stabile, signor Vance,» sospirò il medico, asciugandosi la fronte con la manica del camice verde. «L’ipotermia ha paradossalmente rallentato il danno cerebrale durante l’arresto anossico causato dal canale. Ma il deficit respiratorio legato alla sindrome genetica è grave. Ha bisogno di una trasfusione di cellule staminali autologhe purificate con il vostro plasma arricchito entro quarantott’ore. Se non interveniamo con la terapia genica sperimentale che voi stessi stavate finanziando, il suo cuore non reggerà un’altra crisi.»
«Faccia tutto ciò che è umanamente e scientificamente possibile. Non ci sono limiti di spesa, di personale o di rischi clinici. Prenda tutto il mio midollo se serve. E la madre?»
Castaldi esitò un attimo, distogliendo lo sguardo. «La signora Elena ha subito danni polmonari dovuti all’inalazione d’acqua e presentava già uno stato di grave denutrizione e polmonite pregressa mai curata. È cosciente, ma il suo quadro è fragile. Chiede costantemente della figlia. Rifiuta i sedativi finché non vede la bambina.»
Julian mosse un passo verso la stanza d’isolamento, ma Castaldi gli posò con cautela una mano sul braccio. «Signor Vance… sul suo corpo ci sono cicatrici che non derivano da incidenti stradali. Ci sono segni di contenzione chimica e traumi da percosse vecchi di qualche anno. Chiunque l’abbia tenuta segregata, l’ha distrutta sistematicamente.»
Julian chiuse gli occhi per una frazione di secondo. Quando li riaprì, il miliardario calcolatore era svanito; al suo posto c’era un predatore all’apice della catena alimentare a cui avevano appena toccato la tana.
«Boucher,» disse con voce atona.
«Comandi, signore.»
«Chiudi i rubinetti di credito della Banque de Commerce Montmirail. Tutte le linee di liquidità a breve termine concesse dalla Vance Capital devono essere revocate prima delle otto di domattina. Richiedi il rientro immediato dei duecento milioni di prestito ponte per il porto di Tangeri. Congela i loro conti di clearing a Francoforte. E fa’ arrestare il dottor Henri Laurent: voglio che parli con i nostri investigatori prima che la polizia federale sappia che esiste.»
«Sarà fatto, signore. E per la signorina Beatrice?»
«Lasciala preparare la sua conferenza stampa per domani pomeriggio. Lasciala convincere il mondo che è la vittima di uno scandalo orchestrato. Più in alto salirà sul palco, più fragoroso sarà lo schianto quando le toglierò la terra sotto i piedi.»
ATTO III: LA CONFESSIONE NELLA PENOMBRA
La stanza 1204 odorava di disinfettante all’ozono e pioggia che filtrava dalle doppie finestre socchiuse. Sotto il lenzuolo bianco ottico, il corpo di Elena appariva minuto, quasi incorporeo, come se cinque anni di sofferenza avessero consumato tutto ciò che non era purissima determinazione d’acciaio. I suoi lunghi capelli neri, asciugati sommariamente, ricadevano a ciocche sul cuscino, incorniciando un volto affilato dagli zigomi pronunciati e da due occhi scuri che ardevano di una luce feroce.
Quando la porta d’ingresso scattò silenziosamente sui cardini magnetici, Elena non sussultò. Non distolse lo sguardo dal monitor dei parametri vitali montato a parete.
«Dov’è?» chiese con una voce resa ruvida dall’inalazione d’acqua e fumo.
Julian rimase fermo a due passi dal letto, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni scuri. Non si era mai sentito così spogliato di ogni autorità, così miserabilmente inadeguato di fronte alla donna che aveva giurato di proteggere sull’altare di una chiesetta in Normandia sette anni prima.
«È nella stanza accanto, Elena. Nella culla termica. Due cardiologi e tre infermiere non lasciano il suo capezzale nemmeno per un secondo. I parametri respiratori sono risaliti al novantadue per cento. Dorme.»
Un tremito impercettibile scosse il labbro inferiore della donna. Le sue dita si strinsero sul bordo ruvido del lenzuolo d’ospedale. «Non toccarla, Julian. Non provare a farne un trofeo della tua dinastia. Sofia non sa chi sei. Non le ho mai detto il tuo nome per paura che gli uomini di Beatrice riuscissero a trovarla prima che avessi le prove.»
Julian fece un passo avanti, ma si fermò immediatamente al cenno di rifiuto della donna. «Elena… ti prego. Ho visto i registri medici di Ginevra. Ho visto i tracciati finanziari. So che non mi hai mai tradito.»
Una risata secca, amara come fiele, scaturì dalla gola della donna. «Hai visto i registri? Adesso? Dopo cinque anni? Quando ero rinchiusa in quella clinica di recupero fuori Lione con due guardie alla porta e un medico che mi iniettava neurolettici ogni martedì per farmi perdere il feto, dove guardavano i tuoi occhi, Julian? Dove guardava il grande Vance, l’uomo che si vanta di sapere cosa muove ogni singolo dollaro sul pianeta?»
Le parole colpirono Julian con la violenza di lame fisiche. Non cercò di difendersi. Chinò il capo, lasciando che ogni accusa gli lacerasse la coscienza.






