«Ero cieco,» mormorò, la voce che si spezzava. «Mi hanno mostrato un video di te che salivi su un jet privato a Nizza con Laurent. Hanno falsificato la tua firma su un’autorizzazione allo svuotamento dei fondi fiduciari. E la tua grafia… era identica. Il dolore mi ha fatto impazzire, Elena. Ho preferito odiarti piuttosto che ammettere che qualcuno fosse riuscito a portarti via da me senza che io me ne accorgessi.»

«Non mi hanno portata via da te,» disse lei voltando il capo verso la pioggia notturna, e le lacrime finalmente trovarono un varco tra le sue ciglia scure, rigandole le guance pallide. «Mi hai consegnata tu a loro. Il giorno in cui hai accettato l’alleanza finanziaria con il duca de Montmirail. Il giorno in cui hai deciso che per scalare la vetta della finanza europea avevi bisogno del loro sangue blu per ripulire le origini proletarie di tuo nonno. Io ero solo la figlia di un restauratore di mobili antichi, Julian. Per loro ero polvere da spazzare via prima che contaminassi la discendenza.»

Julian cadde in ginocchio accanto al letto. Questa volta non gli importò della distanza o del rifiuto. Afferrò la mano gelata di Elena tra le proprie, premendola contro la sua fronte curva. La sua pelle profumava ancora di ospedale e disperazione, ma sotto quel gelo batteva lo stesso calore che una volta riempiva le sue notti a Parigi.

«Perdonami,» sussurrò l’uomo, e per la prima volta da quando aveva visto suo fratello morire venticinque anni prima, le lacrime bagnarono il dorso delle sue mani. «Elena, ti supplico. Non chiedermi di andarmene. Tutto ciò che possiedo, ogni palazzo, ogni fondo, ogni azione… non valgono un solo respiro di quella bambina. Non valgono un solo secondo del tormento che hai patito. Dimmi cosa devo fare. Dimmi chi devo distruggere, e lo farò stanotte stessa.»

Elena rimase immobile per lunghi minuti. Il respiro dell’uomo contro le sue nocche era caldo, tremante, spezzato. Poteva sentire la forza pura di quel colosso piegato in due davanti alla sua fragilità.

«Non devi distruggere nessuno per me, Julian,» disse Elena posando l’altra mano, debole ma ferma, sulla nuca dell’uomo, affondando le dita tra i suoi capelli castani bagnati. «Devi salvare Sofia. Il dottor Laurent ha inserito un protocollo tossico nella cartella svizzera: i farmaci che le davano per l’ipotermia in realtà contenevano un inibitore che accelerava il collasso cardiaco. Beatrice voleva che la bambina morisse tra le mie braccia senza lasciare tracce biologiche. C’è solo una persona che ha la molecola antagonista per sintetizzare il siero prima che la necrosi cardiaca diventi irreversibile.»

Julian alzò di scatto la testa, gli occhi infiammati di determinazione feroce. «Chi?»

«Il professor Kaelen in persona. Vive sotto protezione in Islanda da quando ha lasciato la fondazione. Ma il suo laboratorio è stato comprato dalla holding dei Montmirail tre settimane fa. Se Beatrice scopre che siamo qui, distruggerà le colture madri prima che i tuoi aerei possano atterrare a Reykjavík.»

Julian si alzò in piedi. Tutta la debolezza era svanita, sostituita da una freddezza glaciale e chirurgica.

«Il laboratorio dei Montmirail a Reykjavík appartiene già a me da quarantasette minuti,» disse Julian controllando il suo orologio in platino. «Ho acquistato i crediti deteriorati della loro controllata farmaceutica alle ventitré e quindici. Alle ventitré e trenta un commando della mia sicurezza privata ha preso possesso della struttura di stoccaggio criogenico. Il jet con le colture madri e il professor Kaelen è decollato venti minuti fa. Sarà qui alle quattro del mattino.»

Elena lo fissò, e per la prima volta quella notte, la maschera di terrore che le imprigionava i lineamenti si sciolse in un’espressione di sbigottito sollievo. «Tu… tu avevi già fatto tutto questo?»

«Non permetterò mai più a nessuno di strapparmi ciò che appartiene alla mia anima,» rispose Julian chinandosi per posarle un bacio leggero come un battito d’ali sulla fronte madida di sudore. «Adesso riposa, amore mio. La caccia è iniziata, e questa volta non ci saranno prigionieri.»

ATTO IV: LA TRAPPOLA DORATA

La mattina seguente, il cielo sopra Parigi si aprì in una distesa d’acciaio freddo e luminoso. Presso la sede centrale dell’Automobile Club de France, in Place de la Concorde, l’atmosfera era elettrica. Centinaia di giornalisti, operatori televisivi e cronisti di finanza si accalcavano nel salone delle cerimonie per la conferenza stampa convocata d’urgenza da Beatrice de Montmirail.

I comunicati diffusi all’alba parlavano di una «dichiarazione straordinaria riguardante il sabotaggio dell’evento di beneficenza al Grand Palais d’Hiver e la rottura formale del fidanzamento tra Mademoiselle de Montmirail e Julian Vance per gravi incompatibilità etiche».

Beatrice era impeccabile. Indossava un abito nero sobrio firmato da un celebre stilista parigino, i capelli biondi raccolti in un sofisticato chignon che esaltava il collo lungo cinto da un sottile filo di perle naturali. Il suo sguardo trasmetteva una mestizia sapientemente calibrata per le telecamere: la nobildonna ferita dal tradimento dell’oligarca senza scrupoli.