«Non sposarla per amore, Lorenzo. Sposala per quello che possiede.»
La voce che sentii dietro la porta apparteneva alla donna che, appena un’ora prima, mi aveva aiutata a indossare l’abito da sposa.
Mia cugina Beatrice.
La mia testimone.
La persona a cui avevo affidato ogni segreto della mia vita.
Rimasi immobile nel corridoio del Grand Hotel Excelsior di Firenze, con il bouquet di peonie bianche stretto fra le dita.
Dall’altra parte della porta, Lorenzo rise.
«Credi che non lo sappia? Tra meno di due ore sarò suo marito. Poi sistemeremo il resto.»
«E io?» domandò Beatrice.
Seguì un silenzio.
Poi sentii un bacio.
Non avevo bisogno di aprire quella porta per capire.
Ma lo feci.
Lorenzo era seduto sul bordo del letto, con la camicia bianca sbottonata al collo. Beatrice, ancora con indosso la vestaglia di seta color champagne che avevo scelto personalmente per le damigelle, gli teneva una mano sul petto.
Si voltarono entrambi.
Per un istante, nessuno parlò.
Poi Beatrice si alzò di scatto.
«Viola! Non è quello che pensi!»
Mi chiamo Viola Bellini. Ho ventotto anni e, fino a quel momento, ero convinta che la cosa più dolorosa al mondo fosse perdere una persona amata.
Mi sbagliavo.
Era scoprire che due persone amate avevano pianificato insieme la tua rovina.
Lorenzo si rimise in piedi e si avvicinò.
«Amore, ascoltami.»
Feci un passo indietro.
“Quanto tempo è passato?”
Beatrice abbassò gli occhi.
Lorenzo sospirò.
«Non rovinare tutto per una sciocchezza.»
Una sciocchezza.
Due anni di fidanzamento.
Diciotto mesi di preparativi.
Trecentoventi invitati.
Mio padre che aveva insistito per accompagnarmi all’altare nonostante il bastone e il dolore alle ginocchia.
E lui chiamava tutto questo una sciocchezza.
«Da quanto tempo?» ripetei.
Beatrice rispose quasi sottovoce.
«Tre anni.»
Sentii il pavimento mancarmi sotto i piedi.
Tre anni.
Io e Lorenzo stavamo insieme da due.
«Quindi eravate già una coppia quando me lo hai presentato?»
Nessuno rispose.
Quella fu la risposta.
Lorenzo tentò di prendermi la mano.
«Viola, possiamo parlarne dopo la cerimonia. Ci sono persone importanti di sotto. Tuo padre ha investito una fortuna in questo matrimonio.»
Lo guardai negli occhi.
E finalmente compresi.
Non aveva paura di perdermi.
Aveva paura di perdere qualcosa che pensava di ottenere sposandomi.
«Qualcosa di importante?» domandai.
Lorenzo esitò.
«Che cosa intendi?»
Sorrisi.
Era un sorriso che non riconobbi nemmeno io.
«Niente. Hai ragione. Non possiamo far aspettare tutti.»
Beatrice sollevò la testa, incredula.
«Vuoi davvero continuare?»
“Va bene.”
Uscii senza aggiungere altro.
Ma invece di tornare nella suite nuziale, presi l’ascensore fino al piano terra.
Avevo bisogno di fare una telefonata.
E sapevo esattamente a chi.
Il numero apparteneva all’avvocata che mio padre mi aveva presentato sei mesi prima.
La donna che mi aveva avvertita di non firmare mai nulla senza leggerlo.
Quando rispose, dissi soltanto:
«Avvocata Ferri, aveva ragione su Lorenzo. Voglio sapere se siamo ancora in tempo.»
Dall’altra parte sentii una sedia spostarsi.
«Viola, ascoltami attentamente. Non firmare il documento che ti consegneranno oggi.»
Mi si gelò il sangue.
«Quale documento?»
La sua risposta cambiò per sempre il significato di quel matrimonio.
«Quello che potrebbe costarti il controllo della società di tuo padre.»






