Non sapevamo ancora chi avesse appiccato il fuoco sei anni prima. Ma finalmente capivo perché Carlo, vedendo la piccola chiave, avesse avuto paura: mio padre aveva conservato documenti che lo collegavano alla frode prima ancora del primo incendio. Adriana, invece, ne custodiva altri nel garage della villa dove vivevo con i gemelli. Quando Carlo aveva saputo che me ne stavo andando, aveva approfittato della casa vuota per farli distruggere.
La convocazione di Adriana arrivò quello stesso giorno.
*
Chiesi di vederla prima che parlasse con il suo avvocato. Accettò.
Ci incontrammo in una stanza spoglia. Per sei anni mi aveva chiamata figlia. Quando entrò, riconobbi il suo profumo e il rumore misurato dei suoi passi.
— Giulia, come stanno i piccoli?
— Bene.
Sedette di fronte a me.
— Mi dispiace per la casa.
— Sapeva dei documenti nel garage?
Non rispose subito. Poi disse:
— Avevo scoperto che Carlo mi aveva mentito. Conservavo quelle carte perché volevo che restituisse il denaro.
— Il denaro di mio padre.
— Sì.
Quella parola rimase tra noi.
— Sapeva che Carlo aveva frodato la mia famiglia quando mi ha chiesto di sposare Marco?
— Avevo dei sospetti. La certezza è arrivata dopo.
— E non me l’ha mai detto.
— Avrei dovuto farlo.
Aspettai. Un tempo mi sarei aggrappata a quelle scuse. Adesso volevo sapere il resto.
— È stata lei a far bruciare la casa in Brianza?
– NO.
La sua voce non tremò.
— Allora perché Marco era lì?
Adriana abbassò la testa. — Gli avevo chiesto di prendere delle carte per me. Non gli avevo detto cosa contenessero. Dopo l’incendio, quando ho capito che tu eri entrata per salvarlo, ho pensato che tenervi vicini fosse la cosa giusta.
— Per chi?
Non rispose. Non ne aveva bisogno.
Uscii senza salutarla.
*
Il procedimento giudiziario durò mesi. Carlo fu rinviato a giudizio per la frode e per l’incendio della villa, insieme all’uomo che aveva mandato nel garage. Adriana dovette rispondere delle operazioni a cui aveva preso parte. Elena consegnò tutte le copie che aveva conservato e testimoniò anche sulle proprie scelte: aveva accettato il denaro di Carlo senza chiedere abbastanza, poi era fuggita quando aveva capito da dove proveniva.
Le indagini sul primo incendio proseguirono separatamente. Volevo sapere chi avesse acceso quel fuoco, ma dovetti accettare che una risposta non sarebbe arrivata subito, forse mai. La frode, invece, non era più una storia raccontata a metà da altri. Portava date, conti, responsabilità.
Marco e io ci separammo. Per i gemelli stabilimmo tempi chiari, che lui rispettò. Qualche volta dimenticava un cambio di vestiti o si presentava con venti minuti di anticipo, ma non saltò più un compleanno.
Io ricominciai a dipingere.
All’inizio mi sembrò impossibile. Avevo conservato i pennelli senza usarli, come se appartenessero alla ragazza che ero prima dell’incendio. Una restauratrice che avevo conosciuto a Milano mi invitò nel suo laboratorio. Mi aiutò a riconoscere i colori attraverso etichette e consistenze; il resto dovetti ritrovarlo da sola. Le prime tele erano confuse. Sulla quarta dipinsi due bambini seduti a un tavolo, vicini a una torta.
Tommaso disse che le candeline erano troppo grandi. Sofia volle aggiungere una macchia rossa dove, secondo lei, mancava una fragola. La lasciai fare.
Un pomeriggio, mentre sistemavo quella tela, ricevetti una telefonata dall’investigatrice. Avevano esaminato alcuni vecchi documenti sequestrati ad Adriana. Tra questi c’era una nota scritta da Marco dopo il primo incendio: raccontava di essere entrato nella casa di campagna, di aver sentito odore di fumo nel corridoio e di aver chiamato sua madre poco prima di perdere i sensi.
— Pensavo che dovesse saperlo — disse l’investigatrice. — Lui ricordava di averla vista attraverso il vetro?
— Non me l’ha mai detto.
La ringraziai e riattaccai. Non chiamai Marco per chiederglielo. Dopo sei anni di domande rivolte a lui, potevo aspettare che fosse l’indagine a chiarire quel dettaglio.
Quella sera Sofia indicò il quadro nuovo.
— Mamma, qui ci siamo noi?
— Sì.
— Papà dov’è?
Appoggiai il pennello.
— Quel giorno era lontano. Adesso, nel quadro, ci siete voi due e io.
Lei ci pensò un momento, poi prese un altro pennello e dipinse, accanto al tavolo, una porta azzurra.
— Così possiamo uscire — disse.
Guardai la sua mano muoversi. Vedevo appena il colore, ma sapevo dove aveva tracciato la porta.
Quella volta non aspettammo nessuno per spegnere le candeline.**






