Poche ore prima aveva annunciato il divorzio a un tavolo pieno di gente. Adesso la paura nella sua voce era così netta che mi fece male ascoltarla. Ma non cancellava nulla.
— I bambini sono al sicuro — dissi. — Basta questo, per stanotte.
Chiusi la chiamata.
— Dobbiamo andare — disse Carlo.
— Dove?
— A Firenze. Ho un appartamento. Possiamo restarci finché non parli con un avvocato.
— Tu conosci un avvocato a Milano.
— A Firenze sarete più tranquilli.
Non discussi. Avevo due bambini addormentati in macchina, nessuna valigia e una casa in fiamme. Per il momento avevo bisogno di una porta da chiudere alle nostre spalle.
Ripartimmo. Dopo pochi chilometri, Carlo mi disse che, secondo il suo conoscente, i vigili del fuoco stavano intervenendo sul lato del garage.
Mi girai verso di lui.
— Prima hai detto che forse era il garage.
— Indovinavo.
Poteva essere vero. Mi sforzai di credergli.
Arrivammo a Firenze dopo le tre. L’appartamento era in una strada quieta, non lontano dall’Arno. Carlo portò su le borse dei bambini, poi preparò il divano per me. Si muoveva lì dentro con la familiarità di chi conosce ogni cassetto.
— Dormi — disse. — Domani sistemiamo tutto.
Tommaso e Sofia si addormentarono insieme in un letto grande. Rimasi seduta accanto a loro fino all’alba, con la chiave d’argento nel palmo.
*
Marco l’avevo conosciuto quando ancora dipingevo.
A una mostra a Milano si era fermato davanti a un mio quadro: una ragazza in un campo di grano, di spalle, con una mano alzata per ripararsi gli occhi dal sole. Gli altri visitatori davano un’occhiata e passavano oltre. Lui era rimasto.
— Aspetta qualcuno? — mi aveva chiesto.
— Non lo so. Quando l’ho dipinta, mi sembrava che volesse andarsene.
Marco aveva sorriso. Mi ero innamorata di quel sorriso molto prima di capire che ero capace di giustificargli quasi tutto.
Poi un socio aveva frodato mio padre. L’azienda di famiglia era crollata, i creditori avevano preso la casa e lo studio, e i miei genitori erano morti in un incidente stradale pochi mesi dopo. Carlo si era occupato delle pratiche. Ero troppo sconvolta per leggere ogni documento; lui mi spiegava cosa firmare e io mi fidavo.
Nello stesso periodo avevo scoperto che Elena, allora compagna di Marco, stava preparando un trasferimento in Canada con un investitore. Credevo che avesse intenzione di abbandonarlo dopo aver ottenuto denaro da lui. Marco non rispondeva alle mie chiamate, così ero andata alla casa di campagna dei Bellini, in Brianza.
Quando ero arrivata, la casa bruciava.
L’avevo visto attraverso una porta a vetri, steso a terra. Ero entrata. Avevo trascinato Marco fino all’atrio prima di crollare anch’io.
Lui si era salvato. Io avevo perso quasi completamente la vista.
Sua madre aveva insistito perché ci sposassimo. Marco non aveva detto di amarmi; mi aveva detto che voleva essermi accanto. Allora mi era sembrato abbastanza. Per anni avevo aspettato che, tra noi, il dovere lasciasse spazio a qualcos’altro.
La mattina del compleanno dei gemelli avevo comprato fragole fresche perché piacevano a lui. Ripensandoci, quella fu la cosa che mi fece vergognare di più.
*
Alle otto qualcuno bussò alla porta dell’appartamento.
Carlo andò ad aprire. Sentii una voce femminile, ferma, educata.
— Cerco Giulia Conti.
Era Elena Riva.
Mi alzai dal divano.
— Come ha saputo dove siamo?
— Sua suocera mi ha dato il numero di Carlo. Quando lui non ha risposto, ho chiamato il portiere di questo palazzo.
Carlo chiuse la porta alle sue spalle.
— Non dovevi venire.
— È proprio per questo che sono venuta — rispose Elena.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che avevo sentito la sua voce. Ci eravamo incontrate solo poche volte, quando Marco e io non eravamo ancora sposati.
— Se vuole parlare di Marco — dissi — non è il momento.
— No. Voglio parlare dell’incendio di sei anni fa. E di quello di stanotte.
Carlo si mise tra noi, o almeno così mi parve dal rumore dei suoi passi.
— Giulia ha i bambini di là. Lascia perdere.
Elena non si mosse.
— C’è una cosa che deve sapere. Quando sono partita per il Canada, l’investitore con cui trattavo era Carlo.
La chiave mi scivolò quasi dalle dita.
— Tu mi dicesti che si trattava di un fondo — dissi a Carlo.
— Era un’operazione riservata. Elena sta cercando di farla sembrare chissà cosa.
— All’epoca ci credevo anch’io — disse lei. — Pensavo di aver trovato qualcuno disposto a finanziare la mia società. Poi mi accorsi che i versamenti arrivavano da conti legati all’azienda del padre di Giulia. Feci delle copie. Quando cercai spiegazioni, Carlo mi disse di partire e di non farmi più vedere.
— Perché sei tornata adesso? — chiesi.
Elena esitò.






