— Perché?

Marco passò una mano sul viso.

— Perché dopo l’incendio Carlo mi disse che eri venuta per parlarmi di Elena. Io non volevo ricordare quel periodo. Né ammettere che ti eri fatta male per tirarmi fuori di lì, mentre io non avevo neppure risposto alle tue chiamate.

Aspettai che aggiungesse altro. Non lo fece.

— Avresti dovuto dirmelo allora — dissi.

— Lo so.

*

Il giorno seguente andammo a Milano con gli investigatori. La chiave apriva una cassetta intestata a mio padre.

Dentro c’erano documenti bancari, una memoria digitale e una busta con il mio nome scritto nella sua calligrafia. Chiesi che fosse un’impiegata a leggermela. Non volevo che lo facesse Carlo; non volevo neppure Marco.

Mio padre l’aveva scritta pochi giorni prima di morire.

Aveva scoperto alcune operazioni sospette, ma non sapeva ancora chi avesse falsificato le sue autorizzazioni. Aveva depositato lì le copie e mi chiedeva, se fosse accaduto qualcosa, di consegnarle a un magistrato. Nell’ultima riga aveva aggiunto: «Non dare a Carlo la chiave. È l’unica persona, oltre a me, che sa dove cercare».

Rimasi con la lettera sulle ginocchia a lungo.

Per anni avevo creduto che mio padre si fosse fidato di Carlo fino alla fine. Mi ero aggrappata a quell’idea quando non avevo più nessun altro. Lui, invece, aveva avuto paura. Non abbastanza tempo per dirmelo, ma abbastanza da lasciare quelle parole.

Le verifiche sulla memoria digitale richiesero giorni. Anche l’indagine sugli incendi andava avanti. Intanto Tommaso e Sofia restarono con me in un appartamento preso in affitto a Milano. Gli spiegai che la casa aveva preso fuoco quando noi eravamo già lontani e che i vigili del fuoco erano riusciti a spegnerlo. Non gli parlai delle persone che sospettavamo. Erano piccoli, ma non tanto da non sentire quando smettevo di parlare appena entravano in una stanza.

Marco li vedeva nel pomeriggio, con il mio consenso. La prima volta arrivò con due pacchetti.

— Sono i regali di compleanno — disse.

Tommaso gli mise in mano il portachiavi blu preparato all’asilo. Aveva ancora il nastro legato male attorno alla scatolina.

— Questo è tuo — gli spiegò. — Te l’avevo tenuto da parte.

Marco non riuscì ad aprirlo subito.

Quando i bambini andarono a giocare, mi chiese se potevamo parlare.

— Ho visto un avvocato — dissi prima che iniziasse. — Voglio separarmi.

— Lo immaginavo.

— Non è una punizione per ciò che ho sentito al circolo. È una decisione su come vivere da adesso.

— Sarò presente per loro — disse.

— Dovrai dimostrarlo. A loro, non a me.

Marco annuì. Era la prima volta, da molto tempo, che non cercavo nel suo volto una risposta su di me.

*

Due settimane dopo, gli investigatori mi convocarono.

La memoria conteneva la contabilità parallela che Elena aveva cercato per anni: passaggi di denaro, firme falsificate, trasferimenti attraverso società riconducibili a Carlo. Incrociata con le copie di Elena e con gli archivi bancari, aveva permesso di ricostruire buona parte della frode ai danni di mio padre.

Per il primo incendio restavano molte domande. Era passato troppo tempo, e le cause accertate all’epoca non bastavano a stabilire chi l’avesse provocato.

Su quello della villa, invece, le prove arrivarono in fretta. Le telecamere di una strada vicina avevano ripreso l’auto di un uomo che lavorava per una società di Carlo. L’uomo aveva raggiunto il garage con una copia del telecomando d’accesso. Nel suo cellulare c’erano messaggi in cui Carlo gli chiedeva di eliminare alcuni fascicoli conservati lì.

— Sapeva che non eravate più in casa — mi disse l’investigatrice.

Provai sollievo, subito seguito dalla rabbia. Carlo aveva portato via me e i bambini, poi aveva fatto bruciare la nostra casa. Quella sera, nell’auto, mi aveva lasciato guardare la fotografia delle fiamme e mi aveva detto che forse era solo il garage.

— Quali fascicoli cercava? — chiesi.

L’investigatore esitò.

— Non erano suoi. Erano della Bellini Investimenti. Documenti che avrebbero mostrato il ruolo di un altro socio nelle operazioni di sei anni fa.

— Marco?

– NO.

Pronunciò il nome di sua madre, Adriana Bellini.

Avevo passato anni a pensare che Adriana avesse voluto il nostro matrimonio perché si sentiva responsabile di quanto mi era accaduto. Venni a sapere che, prima dell’incendio nella casa di campagna, aveva finanziato una delle società usate da Carlo per spostare il denaro. Le prove disponibili non dimostravano che conoscesse l’intera frode fin dall’inizio. Dimostravano, però, che in seguito ne aveva scoperto abbastanza da pretendere da Carlo la restituzione della propria quota.

La sera in cui ero corsa in Brianza, Adriana e Carlo avrebbero dovuto incontrarsi lì. Lei aveva cambiato programma all’ultimo momento. Marco era arrivato al suo posto per ritirare dei documenti.

La casa era bruciata prima che Carlo potesse consegnarglieli.