— Perché due settimane fa è morta mia madre. Tra le sue carte ho trovato una busta che le avevo spedito da Toronto anni fa, chiedendole di non aprirla. Dentro c’erano le copie che credevo perdute. Ho portato tutto a un avvocato e sono venuta a Milano per cercare gli originali.

Sentii Carlo andare verso la finestra.

— Dove sono i bambini? — chiese.

La domanda mi gelò.

— Stanno dormendo — risposi.

— Bene. Portali in cucina e chiudi la porta. Non devono sentire questa discussione.

Per anni Carlo era stato la persona che chiamavo quando non riuscivo a cavarmela da sola. Era arrivato subito anche la sera prima, come sempre. Proprio per questo, sentirgli impartire un ordine in quella stanza mi fece capire quanto poco sapessi di lui.

— No — dissi. — Tu rimani qui. Elena, mi dica cos’ha trovato.

Lei pronunciò cifre, date, nomi di società. Alcuni li ricordavo dai documenti di mio padre. Uno era il nome del socio che l’aveva rovinato. Carlo aveva gestito la contabilità di quelle operazioni per entrambi.

— Sono accuse — disse lui. — Le copie non dimostrano dove siano finiti i soldi.

— È per questo che cerco gli originali — rispose Elena.

Aprii la mano e mostrai la piccola chiave d’argento.

— Mio padre teneva questa nel cassetto dei documenti.

Carlo si voltò così bruscamente che urtò una sedia.

— Fammi vedere.

— Sai che cosa apre?

Ci mise un istante di troppo a rispondere.

— Un vecchio armadietto. Non ricordo dove.

Avevo una memoria precisa della voce di mio padre mentre mi diceva, molti anni prima: «Le cose che contano si conservano in due posti». Allora parlava dei miei quadri; adesso non ne ero più sicura.

— Elena, mi accompagna dai carabinieri? — chiesi.

— Sì.

— Giulia — disse Carlo, e finalmente sentii paura nella sua voce — non sai in cosa ti stai mettendo.

— Allora vieni anche tu. Lo spiegherai a loro.

Non rispose.

Dal corridoio arrivò il rumore di piedi nudi. Sofia comparve sulla soglia.

— Mamma? Ho fame.

Mi chinai verso di lei. La sollevai e la tenni stretta. Per tutta la notte mi ero detta di averli portati via per sottrarli a un matrimonio finito. Ora capivo che, per una ragione che ancora ignoravo, potevo aver salvato loro la vita.

*

Elena chiamò il suo avvocato. Un’ora dopo eravamo in una caserma di Firenze. Carlo si presentò con noi, ma fece sapere che avrebbe parlato solo alla presenza del proprio legale.

Prima di uscire dall’appartamento avevo chiamato la babysitter di Monza. Era in lacrime: la polizia l’aveva svegliata per chiederle quando fossimo partiti. La villa era stata gravemente danneggiata, ma nessuno era rimasto ferito. L’incendio, secondo i primi accertamenti, era partito dal garage poco dopo mezzanotte.

In caserma consegnai la chiave. Un carabiniere lesse il piccolo numero inciso sul metallo; Elena riconobbe la sigla di una società di cassette di sicurezza che aveva avuto un ufficio a Milano. L’avvocato confermò che la sede esisteva ancora.

Non andammo ad aprirla da soli. Aspettammo le verifiche e l’autorizzazione necessaria. Nel frattempo diedi ai carabinieri tutte le informazioni che avevo: i movimenti di Carlo, il messaggio con la fotografia, la sua frase sul garage. Non erano prove sufficienti a condannare nessuno, mi dissero. Ma andavano controllate.

Marco arrivò da Milano nel pomeriggio. Lo fecero attendere in una stanza diversa da quella in cui si trovavano i gemelli. Quando accettai di incontrarlo, mi parve stanchissimo.

— I bambini stanno bene? — domandò.

— Sì.

— Sono andato in camera loro — disse. — Dopo aver visto l’incendio. Il letto era vuoto e non sapevo dove fossero.

— Erano con me. Te l’ho detto al telefono.

Restò zitto. Poi sentii avvicinarsi una sedia.

— Mi dispiace per ieri sera.

— Quale parte?

— Sono stato crudele. Non avresti dovuto sentirlo.

— Ah. Quindi il problema è che l’ho sentito.

— Non intendevo questo.

Gli raccontai delle copie di Elena e della chiave. All’inizio sembrò incredulo; poi cominciò a farmi domande molto precise sulle società, sui conti, sulle date. Una in particolare gli tolse il fiato: la data del primo incendio.

— Perché? — chiesi.

— Quel giorno dovevo incontrare Carlo alla casa di campagna. Mi aveva detto che voleva mostrarmi dei documenti relativi a tuo padre. Poi c’è stato l’incendio. Non ho mai saputo quali fossero.

— E non me l’hai detto in sei anni?

— Credevo fossero carte sulla liquidazione dell’azienda.

Pensai a tutte le volte in cui gli avevo chiesto che cosa ci facesse in quella casa quel pomeriggio. Mi aveva risposto che era andato a controllare dei lavori. Scoprirlo lì, mentre cercavamo la verità sull’incendio della nostra villa, fu quasi peggio di averlo sentito parlare al circolo.

— Mi hai mentito.

— Sì.