Alle sette del mattino avevo ventisette chiamate perse.

Romano cambiò tono altre tre volte.

Prima: Sei mia moglie. Torna a casa.

Poi: Tua figlia ha bisogno di stabilità.

Infine: Matteo ti sta mettendo contro di me.

Quella frase quasi mi fece sorridere.

Persino quando ero scappata con una neonata in braccio, Romano non riusciva a immaginare che una decisione potesse essere davvero mia.

A metà mattina arrivò un messaggio di Teresa.

Una fotografia.

Riconobbi il cassetto basso della scrivania nello studio di Romano. Dentro c’era una cartellina color avorio con il mio nome e una serie di fogli già segnati con piccoli adesivi nei punti in cui avrei dovuto firmare.

Sotto la foto Teresa aveva scritto soltanto: Era pronto da ieri.

Giulia mi chiese di non rispondere subito.

Pochi minuti dopo Teresa mandò un’altra immagine: una mail stampata con l’orario dell’appuntamento di un notaio per le undici di quella mattina, alla villa.

Non significava che il notaio fosse parte del piano. Anzi, quando Giulia lo contattò attraverso i canali professionali, scoprimmo che a lui era stato riferito che ero stata io a chiedere una procura temporanea perché volevo “dedicarmi esclusivamente alla maternità”.

Era la prima crepa concreta nella versione di Romano.

La seconda arrivò da sua madre.

Bianca Moretti mi aveva sempre trattata con una cortesia fredda. Per anni aveva giustificato il figlio con la stessa frase: «Romano è fatto così.»

Quella mattina mi chiamò.

Non risposi. Le scrissi che poteva parlare con Giulia.

Un’ora dopo richiamò lo studio.

Giulia mise il vivavoce con il mio consenso.

«Arianna, io non so cosa sia successo tra voi due,» disse Bianca, «ma Romano dice che sei molto provata e che Matteo ti ha portata via senza motivo.»

Guardai Enzo. Guardai la fotografia dei fogli pronti per la firma.

«Signora Moretti, suo figlio aveva organizzato un notaio a casa senza che Arianna lo sapesse,» intervenne Giulia.

Silenzio.

Poi Bianca disse: «Questo non me l’ha detto.»

Le facemmo ascoltare trenta secondi della registrazione.

Quando la voce di Romano pronunciò la frase “diremo che non dorme, che è confusa”, Bianca non parlò per quasi un minuto.

Infine disse qualcosa che non mi aspettavo.

«Non vi dirò dove siete. E non lo aiuterò a trovarvi.»

Non diventò improvvisamente una donna coraggiosa. Non mi chiese perdono. Ma smise di proteggerlo. In una famiglia costruita sull’obbedienza, era già una frattura enorme.

Romano, nel frattempo, stava facendo quello che faceva sempre quando perdeva il controllo: cercava un colpevole più debole.

Lo seppi da Enzo.

Prima accusò lui di avermi aiutata. Poi Teresa. Poi Matteo. Infine Livia.

Ed era proprio Livia a creare la crepa successiva.

Il giorno prima era la donna per cui mio marito aveva lasciato sola una moglie sei giorni dopo il parto. Ventiquattr’ore dopo, quando capì che esisteva una registrazione e che i documenti erano stati fotografati, smise di comportarsi come se Romano fosse invincibile.

Mandò un messaggio a Giulia attraverso un avvocato.

Voleva parlare.

Non per aiutare me. Per salvare se stessa.

Ma le persone che scelgono il potere finché sembra solido spesso diventano testimoni perfetti nel momento in cui comincia a crollare.

Livia consegnò copie di conversazioni in cui Romano le chiedeva di fare pressione su un consulente della Bellini Logistica e di preparare una versione secondo cui io, dopo il parto, non ero “in condizioni di occuparmi di questioni societarie”. Consegnò anche messaggi in cui lui le prometteva che, una volta ottenuta la procura, avrebbe spostato contratti e firme sotto società controllate da uomini di sua fiducia.

A quel punto il mio problema non era più soltanto un matrimonio infedele.

La parte della vita che Romano mi aveva sempre fatto sembrare troppo complicata per essere capita da me — società, deleghe, conti, rapporti con fornitori — era esattamente il terreno su cui aveva contato di rendermi dipendente.

Giulia organizzò la mia dichiarazione alle autorità e consegnò il materiale necessario a chi già seguiva gli affari di Romano. Io non sapevo quanto di quel mondo fosse già sotto osservazione e, per la prima volta, non volli saperlo tutto.

Il mio compito era Sofia.

Il resto doveva uscire dalle mie mani.

Per alcuni giorni vivemmo in un appartamento protetto fuori dal centro di Palermo. Matteo dormiva sul divano. Enzo fu sentito come testimone. Teresa lasciò la villa e andò da una sorella a Bagheria.

Romano continuava a mandarmi messaggi.

Al quarto giorno scrisse: Possiamo ricominciare. Ho sbagliato a uscire quella sera.

Come se il problema fosse stata una cena.

Come se Livia fosse stata il centro della storia.

Non lo era più.

Il tradimento mi aveva ferita. Ma la vera rottura era stata scoprire che mio marito aveva guardato la mia stanchezza, il mio dolore dopo il parto, la mia fiducia e aveva visto strumenti utili.