Sei giorni dopo aver dato alla luce nostra figlia, mio marito mi lasciò sola per andare al compleanno della donna con cui tutti sapevano che aveva una relazione. Romano Moretti era l’uomo che a Palermo nessuno osava contraddire, ma quella sera ero io a dover decidere se continuare ad avere paura di lui.
Mi chiamo Arianna Moretti, ho trentaquattro anni e sei giorni prima avevo partorito Sofia.
Il mio corpo mi faceva ancora male. Dormivo a scatti di venti minuti, con un orecchio sempre teso verso la culla. L’ostetrica mi aveva raccomandato una stanza intorno ai ventidue gradi, niente coperte pesanti, niente cuscini, niente oggetti inutili. Avevo seguito ogni indicazione come se da quella precisione dipendesse il respiro di mia figlia.
Romano, invece, sembrava infastidito perfino dal rumore del tiralatte.
Quella sera di novembre la pioggia batteva contro le finestre della villa sulle colline di Monreale. Io ero in piedi accanto alla culla, con ancora al polso il braccialetto rosa dell’ospedale, quando lo vidi abbottonarsi il cappotto nero davanti allo specchio dell’ingresso.
«Stai davvero uscendo?» gli chiesi.
Lui non si voltò subito. «È una cena, Arianna. Non trasformare tutto in una tragedia.»
«Sofia ha sei giorni.»
«E tra tre ore avrà ancora sei giorni.»
Teresa, la governante, passò dietro di noi con una pila di mussole pulite. Rallentò per un istante, poi abbassò gli occhi. Quel piccolo gesto mi fece più male di una risposta.
«È il compleanno di Livia, vero?»
Le dita di Romano si fermarono sul bottone del cappotto.
«Sì. Le ho promesso che sarei passato.»
Livia Crimi. La sua “amica di famiglia”. Quella che compariva alle cene, alle inaugurazioni, alle fotografie accanto a lui. La donna che riceveva senza chiedere l’attenzione che io, sua moglie, dovevo implorare.
«Avevi promesso anche a me che saresti rimasto a casa.»
Romano finalmente mi guardò. Il suo viso si indurì.
«Attenta a come mi parli. Non devo chiedere il permesso per uscire da casa mia.»
Per un secondo sentii riaprirsi una ferita vecchia: mio padre che, quando ero bambina, prometteva di tornare per cena e poi spariva per giorni. Avevo giurato che non avrei mai costruito una famiglia intorno a una porta che si chiudeva.
Strinsi il bordo della culla.
«Allora vai.»
Romano lanciò un’occhiata distratta a Sofia, addormentata sotto la giostrina di legno.
«Torno prima delle nove.»
La porta si chiuse alle sue spalle e il rumore dell’auto sparì nella pioggia.
Alle 20:42 Sofia bevve metà biberon.
Alle 21:03 scrissi a Romano: Sofia è sveglia. Torni?
Nessuna risposta.
Alle 21:31 chiamai. Segreteria.
Alle 21:48 provai di nuovo.
Nulla.
Alle 22:07 stavo sciacquando il biberon, cercando di non addormentarmi in piedi, quando il telefono vibrò sul piano della cucina.
Numero sconosciuto. Un messaggio vocale.
Stavo per cancellarlo. Poi vidi la trascrizione automatica.
C’erano il nome di Romano. Il nome di Livia. E una frase che mi fece gelare le mani.
Alzai il volume appena abbastanza da sentire le voci spezzate dal rumore di un ristorante.
Livia rideva. «E se domani non firma?»
Poi la voce di Romano, bassa e chiarissima.
«Firmerà. È stanca, non dorme, si fida ancora di me.»
Un fruscio. Un bicchiere posato sul tavolo.
Livia di nuovo: «E Sofia?»
Romano rispose qualcosa che il messaggio tagliò a metà.
Riuscii a distinguere solo le ultime parole.
«…non la porterà da nessuna parte.»
Spensi il rubinetto.
Dall’altra parte del corridoio, Sofia dormiva tranquilla.
La sollevai e me la strinsi al petto.
«La mamma è qui, amore mio.»
Non piansi. Non urlai. Aprii i contatti e cercai un numero che non chiamavo da quasi un anno: quello di mio fratello Matteo, l’unica persona che Romano aveva allontanato da me perché non aveva mai avuto paura di dirgli di no.
Il pollice rimase sospeso sul tasto di chiamata.
Lasciare un marito qualunque sarebbe stato difficile. Lasciare Romano Moretti significava attraversare cancelli sorvegliati da uomini che gli dovevano favori, denaro e fedeltà.
Premetti il tasto.
Matteo rispose al secondo squillo.
«Arianna?»
«Ho bisogno che tu venga. Subito. E non usare la tua macchina.»
Stavo per dirgli altro quando, fuori dalla finestra della nursery, un fascio di fari tagliò il giardino.
Un’auto si fermò davanti al cancello laterale.
Poi sentii una portiera sbattere.
Romano non avrebbe dovuto essere a casa così presto.
Rimasi immobile con Sofia tra le braccia. Il telefono era ancora aperto sulla chiamata con Matteo.
«Che succede?» sussurrò lui.
«C’è qualcuno fuori.»
«Non aprire.»
Le luci dell’auto si spensero. Dalla finestra vidi una figura attraversare la pioggia. Un uomo con il cappuccio alzato, le mani vuote e il passo veloce.
Quando arrivò sotto il portico riconobbi Enzo Vitale, l’autista di Romano.
Il cuore mi scese nello stomaco.
Enzo non veniva mai alla villa senza Romano, a meno che Romano non gli avesse ordinato di farlo.
Il citofono interno lampeggiò una volta.






