Poi il mio telefono vibrò.

Un messaggio dallo stesso numero sconosciuto.

Sono io. Non è tornato. Hai novanta secondi prima che riattivino le telecamere del cancello laterale.

Guardai Sofia. Guardai la porta.

«Matteo, resta in linea.»

Presi la borsa che avevo preparato per l’ospedale e che non avevo ancora disfatto del tutto. Dentro infilai pannolini, due tutine, latte, i documenti di Sofia, il mio portafoglio e il caricatore. Non presi gioielli. Non presi vestiti eleganti. Non presi niente che Romano potesse chiamare suo.

Teresa comparve in fondo al corridoio.

Mi vide con il cappotto sopra la camicia da notte, la borsa sulla spalla e Sofia stretta al petto.

Per un attimo pensai che avrebbe gridato.

Invece mi porse una copertina di lana leggera.

«Fuori fa freddo.»

L’ho provato.

«Teresa…»

Lei scosse la testa. «Vai.»

Fu la prima persona, in quella casa, a scegliere me senza chiedermi niente in cambio.

Uscii dal portone laterale. La pioggia mi colpì il viso come aghi. Enzo mi aprì la portiera posteriore di una vecchia Fiat scura che non avevo mai visto.

«Dove mi stai portando?»

«Da tuo fratello. Mi ha dato un punto d’incontro.»

«Perché mi hai mandato quel messaggio?»

Enzo chiuse la portiera e si mise al volante.

«Perché quello che hai sentito non era tutto.»

Partimmo senza accendere la luce interna. Il cancello laterale si richiuse dietro di noi proprio mentre una piccola spia rossa sulla telecamera tornava ad accendersi.

Dopo meno di tre minuti il telefono iniziò a vibrare.

Romano.

Una chiamata. Poi un’altra. Poi cinque di fila.

Non risposi.

Al decimo tentativo arrivò un messaggio.

Dove sei?

Poi un altro.

Non fare sciocchezze.

Il terzo era peggiore perché sembrava gentile.

Arianna, torna a casa. Parliamo.

Conoscevo quella progressione. Prima l’ordine, poi la minaccia implicita, poi la voce calma che faceva sembrare irragionevole chiunque avesse paura.

Quando raggiungemmo un distributore chiuso alla periferia di Palermo, Matteo ci stava aspettando in un furgoncino bianco prestato da un amico. Non lo vedevo da undici mesi.

Aveva la barba più lunga e gli occhi stanchi. Appena mi vide scendere, il suo volto cambiò.

Non mi chiese perché non lo avessi chiamato prima. Non disse te l’avevo detto. Guardò Sofia e si tolse la giacca per coprirmi le spalle.

«Andiamo.»

Enzo ci seguì fino a un piccolo studio legale vicino a via Libertà. Lì ci aspettava l’avvocata Giulia Serra, una donna che mia madre aveva conosciuto molti anni prima e di cui Matteo si fidava.

Erano quasi mezzanotte.

Giulia ci fece entrare dal garage interno. Mi mise davanti una tazza di camomilla e non mi toccò finché non fui io a porgerle il telefono.

«Ascolta questo.»

Enzo tirò fuori il suo cellulare.

«Quello che ha ricevuto Arianna è solo un pezzo. Ho registrato il resto.»

Mi voltai verso di lui.

“Venire?”

«Romano mi ha fatto aspettare in macchina davanti al ristorante. Quando è uscito a fumare con Livia, hanno parlato a due metri dal finestrino. Dopo quello che avevo già visto a casa, ho acceso la registrazione.»

Giulia non disse nulla. Premette play.

La voce di Livia arrivò per prima.

«Il notaio crede davvero che sia stata lei a chiedere la procura?»

Romano rispose: «Gli hanno detto che dopo il parto non vuole occuparsi della società per qualche mese.»

«E se legge tutto?»

«Non lo farà. Le metto i fogli davanti quando è distrutta. Firma dove le dico.»

Sentii il sangue pulsarmi nelle orecchie.

La società.

Quella parola cambiò tutto.

Mio padre mi aveva lasciato una quota importante della Bellini Logistica, un’impresa di trasporto che Romano aveva sempre definito “un peso inutile”. Dopo il matrimonio aveva insistito perché gli delegassi sempre più decisioni. Io avevo rifiutato soltanto su una cosa: le quote ereditate da mio padre sarebbero rimaste intestate a me.

Nella registrazione Livia abbassava la voce.

«E se Arianna prende Sofia e va da suo fratello?»

Romano rise piano.

«Matteo non si avvicina nemmeno al cancello. E domani, quando firma, non avrà più accesso ai conti della società senza passare da me.»

Poi arrivò la frase che mi tolse il respiro.

«Se prova a fare la madre coraggiosa, diremo che non dorme, che è confusa, che dopo il parto non sta bene. Tutti vedono quello che vogliono vedere.»

Nella stanza cadde un silenzio assoluto.

Giulia interruppe l’audio.

«Non devi tornare alla villa stanotte.»

«Non avevo intenzione di farlo.»

«Bene. E da questo momento non firmi niente, non incontri nessuno da sola e salviamo copie di tutto.»

Per la prima volta da anni qualcuno parlava del potere di Romano come di qualcosa che poteva avere un limite.

Quella notte dormii forse quaranta minuti sul divano dello studio, con Sofia in una culla da viaggio che Matteo era andato a comprare in una farmacia notturna. Ogni volta che aprivo gli occhi vedevo il braccialetto rosa dell’ospedale ancora al mio polso.