Il fruscio leggero dei passi degli invitati sulla ghiaia del viale risuonava come un rintocco funebre nel silenzio irreale del giardino. Nessuno osava parlare ad alta voce; si scambiavano solo occhiate cariche di imbarazzo, borbottii a mezza bocca e sussurri velenosi. I camerieri in livrea, con i vassoi ancora carichi di flûte di champagne intatti, rimasero immobili ai lati del grande gazebo bianco, incerti se continuare a servire o ritirarsi dietro le quinte di una farsa ormai andata in frantumi.

Réka era ancora accasciata a terra, le ginocchia affondate nel prato umido e il sontuoso strascico di pizzo parzialmente macchiato di fango verdastro. Il velo le era scivolato indietro, lasciando scoperta la nuca curva, mentre singhiozzi rochi e convulsi le scuotevano l’intera schiena. Le sue unghie laccate di fresco cercavano disperatamente un appiglio tra l’erba, come se aggrapparsi a quel terreno potesse in qualche modo fermare il crollo totale della sua illusione.

Lo sposo, rimasto da solo all’altare improvvisato sotto l’arco di rose candide, sembrava una statua di sale. Aveva le braccia penzoloni lungo i fianchi, gli occhi sbarrati fissi sul cancello di ferro battuto da cui Peter si era allontanato a passi rapidi e decisi senza mai voltarsi indietro. L’annuncio della cancellazione del matrimonio non era stato solo un rifiuto personale: era stato una condanna pubblica, pronunciata davanti a colleghi d’affari, vecchi compagni d’università e vicini di casa che fino a dieci minuti prima invidiavano la grandiosità dell’evento.

Anna rimase immobile per qualche istante a una decina di metri di distanza, stringendo ancora nella mano destra i documenti che avevano scatenato la catastrofe. L’atto di proprietà originale, con il sigillo notarile ben visibile, e la fattura dettagliata del servizio di catering da tre milioni e mezzo di fiorini intestata esclusivamente a nome di Réka. Non c’era trionfo nel suo sguardo, né soddisfazione. Provava soltanto un vuoto pesante e sordo, il tributo emotivo che si paga quando si è costretti a demolire l’orgoglio di una persona cara per difendere la propria dignità e la propria sopravvivenza.

«Réka,» disse Anna, con una voce che non tremava più, spogliata di ogni rabbia e carica di una fredda lucidità. «Alzati da quella terra.»

Réka sollevò lentamente il viso. Il trucco waterproof non era riuscito a contenere l’ondata di lacrime e il mascara nero colava a strisce scure lungo le sue guance pallide. Nei suoi occhi non c’era pentimento, ma un odio disperato e bruciante. «Sei contenta adesso?» sibilò la sposa con il fiato corto, puntando un dito tremante contro di lei. «Hai distrutto la mia vita! Hai rovinato il giorno più importante di tutta la mia esistenza! Guarda cosa hai fatto! Tutti se ne stanno andando… tutti!»

«Nessuno ha distrutto la tua vita tranne te stessa,» rispose Anna con fermezza, senza arretrare di un millimetro. «Pensavi di potermi cacciare di casa come se fossi un’intrusa senza valore, dopo aver falsificato i consensi per vendere la casa dei nostri genitori alle mie spalle. Credevi davvero che avrei pagato il conto dei tuoi capricci mentre tu mi gettavi i vestiti in strada davanti a tutto il vicinato?»

Un brusio corse tra i pochi invitati che ancora non avevano raggiunto l’uscita. La madre dello sposo, una donna imponente avvolta in un abito color smeraldo che fino a quel momento aveva guardato Anna dall’alto in basso, si fermò a metà viale. Girandosi verso il figlio, parlò con tono glaciale che echeggiò nitidamente: «Vieni via, adesso. Non abbiamo più nulla da spartire con questa famiglia di truffatori.»

Lo sposo abbassò lo sguardo, incapace di sostenere il peso di quella vergogna, e senza degnare Réka nemmeno di un’ultima parola di conforto, seguì la madre a passi svelti verso la limousine scura parcheggiata oltre i cancelli.

Réka lanciò un urlo straziante, colpendosi le gambe con i pugni chiusi. «Torna qui! Ti prego, parliamone! È tutta una menzogna, posso spiegare tutto!» gridò nella direzione del cancello, ma il rombo sordo del motore della vettura che accelerava fu l’unica risposta che ricevette.

A quel punto, l’uomo a capo della ditta di catering, un signore sulla cinquantina con una cartella di cuoio sotto il braccio e l’espressione di chi ha visto troppe cerimonie finire in tribunale, si fece largo tra i tavoli imbanditi e si avvicinò alla sposa a terra.

«Signora Réka,» esordì con un tono puramente burocratico, privo di qualsiasi traccia di compassione, estraendo una penna dal taschino. «L’evento è ufficialmente terminato. Come da clausola contrattuale firmata tre giorni fa, il saldo dell’intera fornitura, comprensivo del servizio camerieri, addobbi e noleggio struttura per un totale di tre milioni e mezzo di fiorini, deve essere corrisposto entro la mezzanotte odierna. Qui c’è la notifica formale di pagamento immediato.»