«Sto benissimo», risposi, e per la prima volta quella notte sorrisi sul serio. «Ho solo un nuovo taglio di capelli. Ci vediamo nell’Aula Magna alle otto e mezza.»

«Arrivo, Dottoressa Grant. E porta con te tutto quello che hai.»

Alle sette e mezza lasciai la casa. Non presi vestiti, non presi valigie. Indossai un tailleur pantalone nero dal taglio impeccabile, una camicia di seta candida chiusa fino all’ultimo bottone e scarpe basse stringate. Sotto il braccio tenevo la valigetta rigida con le quattro copie stampate e rilegate della tesi, oltre alla chiavetta USB crittografata contenente i codici sorgente dei modelli computazionali.

Quando varcai i cancelli di ferro battuto dell’università, l’aria novembrina era gelida, ma non sentivo freddo. Diversi studenti e ricercatori si voltarono a guardarmi mentre attraversavo il cortile d’onore in pietra serena: una donna dalla testa rasata, elegante, con il passo cadenzato di un soldato che marcia verso la linea di tiro.

Alle otto e quarantaquattro, i corridoi dell’edificio storico di Medicina erano già animati. Davanti all’imponente porta di quercia dell’Aula Magna, seduti sulle panche di legno scuro, c’erano Hunter e Barbara.

Erano venuti. Volevano godersi lo spettacolo del mio crollo. Hunter indossava il suo abito migliore, quello blu scuro, e teneva in mano una tazza di caffè cartacea. Barbara aveva di nuovo il suo cappotto grigio impeccabile, le gambe incrociate, lo sguardo tronfio di chi si sente custode dell’ordine naturale delle cose.

Quando i loro occhi si posarono su di me, l’illusione si frantumò all’istante.

Il caffè di Hunter tremò nel bicchiere, rovesciando qualche goccia scura sui suoi pantaloni stirati. Spalancò la bocca, la carnagione gli divenne cinereo-giallastra. Barbara sussultò, aggrappandosi con entrambe le mani alla borsa di pelle che teneva in grembo.

Mi avvicinai con calma millimetrica. Mi fermai a un metro esatto da loro.

«Ti… ti sei rasata», balbettò Hunter, la voce ridotta a un soffio asfittico. «Amelia… cosa diavolo hai fatto alla tua testa?»

«Ho rimosso il superfluo», dissi, guardandolo dritto nelle pupille dilatate dal terrore. «Proprio come ho fatto con il mio matrimonio. La tua fede è nel lavandino, Hunter. Assieme alla tua dignità.»

Barbara cercò di recuperare quel contegno velenoso che considerava la sua arma migliore, ma la sua voce vacillò vistosamente: «Sei un’indecente… Sei una pazza sfrontata. Credi davvero che una commissione di stimati professori ascolterà un fenomeno da baraccone come te? Ti cacceranno fuori dall’aula prima ancora che tu possa aprire bocca!»

Non ebbi bisogno di rispondere.

In fondo al corridoio, il rumore ritmico di passi decisi ruppe il silenzio accademico. Tre figure in abito scuro avanzavano lungo la navata centrale: due funzionari in completo grigio scuro e, al centro, un uomo alto, dalla corporatura possente, con i capelli sale e pepe e un cappotto di cashmere nero aperto su una giacca a doppio petto decorata con la rosetta rossa dell’Ordine al Merito della Repubblica.

Il Professor Richter, preside della facoltà, uscì precipitosamente dall’ufficio di presidenza per andargli incontro, inchinandosi leggermente in segno di profondo rispetto. «Signor Segretario di Stato Grant. È un immenso onore averla qui come rappresentante straordinario del Ministero e del Consiglio della Ricerca.»

Hunter si paralizzò. Sentii il rumore del suo respiro bloccarsi nella trachea.

Si voltò lentamente verso di me, gli occhi sbarrati dal panico più cieco. «G-Grant… tuo padre… tuo padre non era un professore in pensione in un paesino di provincia?»

«Mio padre è il Presidente Onorario della Corte Federale dei Conti e Segretario Speciale per l’Innovazione Scientifica, Hunter», risposi a voce limpida, udibile da tutti i presenti nel corridoio. «Te l’avrei spiegato volentieri due anni fa, quando ci siamo conosciuti. Ma ogni volta che provavo a parlarti della mia famiglia, mi interrompevi dicendo che i contadini del sud non avevano nulla da insegnare a un brillante consulente finanziario come te.»

Mio padre si fermò davanti a noi. Ignorò completamente Barbara, il cui volto era ora una maschera grottesca di terrore umiliante, e posò lo sguardo su Hunter. Fu uno sguardo glaciale, privo di rabbia, colmo solo di un disgusto infinito.

Poi guardò me. I suoi occhi si ammorbidirono in un lampo di fiero, incrollabile orgoglio. Alzò una mano guantata di cuoio nero e mi accarezzò delicatamente la guancia, prima di posarla sulla mia nuca rasata.

«Stai benissimo, dottoressa», disse mio padre ad alta voce. «Hai la stessa tempra di tua madre.»

Le porte dell’Aula Magna si spalancarono con un cigolio solenne.

«La commissione è riunita», annunciò l’usciere accademico. «Il candidato Amelia Grant è pregato di entrare.»

Mi voltai, strinsi saldamente la cartella sotto il braccio e varcai la soglia a testa alta, lasciandomi alle spalle i cocci della loro miseria.