«Ieri notte ho dormito poco anch’io,» esordì Julian, inforcando gli occhiali da lettura. «Ho fatto attivare due colleghi dell’ufficio notarile che hanno gestito la compravendita di Maple Street. E ho buone e cattive notizie per te, Elena. Dipende da quale prospettiva vogliamo guardare questo disastro.»

«Dimmi tutto. Senza risparmiarmi niente.»

«La casa di Maple Street non è stata venduta a seicentoventi mila dollari.»

Sgranai gli occhi, bloccandomi con la caffettiera a mezz’aria. «Come no? Lennox ieri sera continuava a ripeterlo, fiera, con quel sorrisetto insopportabile. Diceva che avevano ricavato seicentoventi mila dollari in contanti prima di spendere tutto.»

«La casa è stata venduta a un valore catastale e commerciale effettivo di ottocentocinquanta mila dollari,» scandì Julian, battendo l’indice sul documento. «Ma il prezzo di vendita finale registrato sull’atto notarile è stato di quattrocentomila dollari a favore di una società a responsabilità limitata denominata Inversiones Santa Mónica LLC.»

Rimasi stordita. «Quattrocentomila? Ma allora da dove esce la cifra di seicentoventi mila? E il resto del valore?»

Julian sorrise con amarezza, un ghigno privo di gioia.

«È un classico schema di sotto-fatturazione e occultamento di patrimonio. Lennox e Terrence non sono stati semplicemente spendaccioni ingenui o vittime di cattivi investimenti, Elena. Hanno orchestrato una cessione simulata per far figurare una perdita apparente e prosciugare i conti ufficiali prima che i creditori potessero intervenire. Ma c’è una contraddizione ancora più lampante, quella che ti accennavo al telefono ieri notte.»

«Quale?»

«Chi credi che sia l’amministratore unico e il beneficiario finale della Inversiones Santa Mónica LLC?»

Guardai Julian, sentendo il sangue gelarmi nelle vene. «Non Terrence…»

«No, Terrence no. Tuo figlio è stato rimosso da ogni titolo societario tre mesi fa. La titolare esclusiva del cento per cento delle quote di quella società è Claudia Valdés, la madre di Lennox.»

Il silenzio piombò di nuovo nella stanza, ma stavolta non era carico di tristezza. Era carico di sgomento e rabbia fredda.

«La casa di Maple Street,» continuò Julian a voce bassa, «è ancora sotto il loro controllo indiretto. Non l’hanno persa per bancarotta. L’hanno svenduta fittiziamente alla madre di Lennox per sottrarla a qualsiasi rivalsa legale, incassando una differenza in nero che non compare nei registri ufficiali. E la favola dei debiti delle carte di credito, del negozio fallito dell’amica, della boutique… è una messinscena costruita per giustificare agli occhi del mondo — e soprattutto ai tuoi — la loro presunta rovina.»

«E perché venire qui?» chiesi, con la voce che mi si incrinava per l’incredulità. «Perché venire a bussare alla mia porta con le valigie, se hanno ancora proprietà e denaro occultato?»

«Per due motivi molto semplici e altrettanto crudeli,» rispose Julian, togliendosi gli occhiali. «Primo: per rendere credibile la pantomima della miseria di fronte al fisco e ai creditori minori, avevano bisogno di un indirizzo di residenza precario, ospitati ‘per carità’ dall’anziana madre indigente. Secondo: e questo riguarda direttamente te, Elena… volevano il tuo testamento.»

«Il mio testamento?»

«Tuo figlio sapeva che questa casa di Coyoacán, per via della rivalutazione storica della zona, oggi vale quasi più di quella di Maple Street. Se si fossero insediati qui stabilmente, cambiando residenza ufficiale, facendosi carico di qualche bolletta e dichiarando che tu eri non più autosufficiente — magari facendoti passare per instabile mentalmente dopo aver provocato incidenti domestici — avrebbero avuto il controllo de facto della proprietà prima ancora della tua scomparsa. Ti stavano colonizzando, Elena.»

Mi alzai dalla sedia, sentendo un brivido corrermi lungo la schiena. Rivedevo la scena del giorno prima: Lennox che camminava per il mio salotto, passando le dita sui mobili di mio marito con aria di sufficienza, come se stesse già prendendo le misure per disfarsene. La sfacciataggine con cui si era seduta al posto di Eduardo. Lo schiaffo per affermare il suo dominio territoriale.

Non era disperazione. Era un’invasione pianificata a tavolino.

In quel momento, il mio cellulare posato sulla credenza riprese a vibrare con insistenza.

Sullo schermo lampeggiava il nome di mio figlio: Terrence.

Guardai Julian. L’avvocato annuì lentamente, indicando l’apparecchio.

«Rispondi, Elena. Metti il vivavoce. E ascolta con attenzione ogni parola che pronuncerà.»

Feci un respiro profondo, presi il telefono e feci scorrere il dito sullo schermo verde.

«Pronto, Terrence.»

«Mamma!» La voce di mio figlio non era più implorante. Era carica di un’ansia febbrile, quasi isterica. «Mamma, dobbiamo parlare adesso. Lennox è furiosa. Dice che se non ci lasci entrare entro mezzogiorno andrà dritta al commissariato a denunciarti per diffamazione e aggressione verbale, e chiederà al tribunale un sequestro conservativo della tua casa per recuperare i soldi che sostiene tu debba a me per la mia quota di eredità paterna! Non complicare le cose, mamma! Lasciaci le chiavi della stanza degli ospiti e sistemiamo tutto!»

Guardai Julian, che scuoteva la testa con un sorriso sottile, quasi feroce. Il momento di subire era ufficialmente terminato.