«Se ti togli quella giacca, davanti a tutti, giuro che te ne pentirai.»
Il messaggio arrivò sul telefono di Giulia Ferri alle 19:22, mentre una truccatrice le sistemava gli ultimi capelli davanti allo specchio.
A scriverlo era il suo fidanzato.
Il professor Riccardo Bellini.
L’uomo che, quella stessa sera, avrebbe ricevuto il prestigioso Premio San Carlo per aver salvato centinaia di bambini grazie alla sua carriera di cardiochirurgo.
Giulia fissò lo schermo.
Poi guardò il proprio riflesso.
Indossava un abito lungo color champagne, con il collo alto e le maniche di pizzo. Un vestito elegantissimo, scelto appositamente da Riccardo.
Non per farla sentire bella.
Ma perché nessuno potesse vedere ciò che nascondeva.
Sotto la stoffa, sul braccio sinistro, c’erano ancora i segni dell’ultima discussione.
Una discussione iniziata perché lei aveva osato chiedergli dove fossero finiti duecentomila euro destinati all’acquisto di apparecchiature pediatriche.
«Signorina Ferri?»
Giulia sobbalzò.
La truccatrice le sorrise.
«Tutto bene? È pallidissima.»
«Solo un po’ di stanchezza.»
Era diventata bravissima a pronunciare quella frase.
Negli ultimi otto mesi aveva imparato a sorridere mentre tremava, a inventare spiegazioni per le assenze, a coprire i lividi e a convincersi che il giorno successivo sarebbe andato meglio.
Ma quella sera qualcosa stava cambiando.
Perché, poche ore prima, aveva trovato un documento che non avrebbe mai dovuto vedere.
Una fattura intestata a una società sconosciuta.
Trecentottantamila euro.
Descrizione: Consulenza per il programma Cuore Nuovo.
Il problema era che quella società risultava chiusa da quattro anni.
E i soldi provenivano dalla fondazione benefica diretta dal suo fidanzato.
Giulia lavorava da quasi due anni come coordinatrice amministrativa presso la Fondazione Valenti, uno degli enti filantropici più importanti della Lombardia.
Il presidente era Alessandro Valenti, trentanove anni, imprenditore nel settore tecnologico, proprietario di un gruppo internazionale e considerato uno degli uomini più influenti d’Italia.
Un uomo che Giulia aveva imparato ad ammirare in silenzio.
Non per il patrimonio.
Non per gli articoli che lo descrivevano come uno degli scapoli più desiderati del Paese.
Ma per alcuni gesti che nessuno fotografava.
Come quando, dopo una riunione durata quattordici ore, Alessandro aveva accompagnato personalmente a casa un anziano custode rimasto senza automobile.
O quando aveva fatto predisporre una borsa di studio per la figlia di una dipendente, senza permettere che il proprio nome comparisse sulla comunicazione.
Giulia si era innamorata di lui lentamente.
E con enorme senso di colpa.
Perché era fidanzata.
Perché lui era il suo superiore.
E soprattutto perché Alessandro non aveva mai fatto nulla per incoraggiarla.
Quella sera, il Gran Galà della Fondazione Valenti si teneva a Palazzo Serbelloni, nel cuore di Milano.
Oltre quattrocento invitati.
Politici, imprenditori, medici, personaggi televisivi.
E un annuncio destinato a riempire le prime pagine dei giornali: un finanziamento da dodici milioni di euro per il nuovo reparto di cardiochirurgia pediatrica dell’Ospedale San Vittore.
Il progetto sarebbe stato affidato proprio a Riccardo Bellini.
Giulia aveva tentato di parlare con Alessandro nel pomeriggio.
Ma Riccardo l’aveva raggiunta nel suo ufficio prima che potesse farlo.
«Ho saputo che hai chiesto accesso ai bilanci.»
«Faccio il mio lavoro.»
Lui aveva chiuso la porta.
«Il tuo lavoro è evitare di farmi fare brutte figure.»
«Ci sono pagamenti che non tornano.»
Riccardo aveva sorriso.
Era quello il momento che Giulia temeva di più.
Quando lui sorrideva senza alcuna gioia.
«Hai idea di quante persone dipendano da me?»
«Sto soltanto chiedendo una spiegazione.»
«E io ti sto dicendo di smetterla.»
Poi le aveva afferrato il braccio.
Forte.
Abbastanza da costringerla a trattenere un grido.
«Stasera sarai perfetta. Sorriderai. E non parlerai con Valenti di niente che riguardi il mio reparto.»
Quando l’aveva lasciata, Giulia era rimasta immobile, osservando le impronte che lentamente comparivano sulla pelle.
Adesso, davanti allo specchio del camerino, aveva ancora la sensazione di quelle dita.
La truccatrice uscì per prendere una forcina.
Giulia si tolse la giacca di seta.
Una cucitura le irritava la spalla e voleva controllare che non si fosse aperta.
Proprio in quell’istante, la porta si spalancò.
«Giulia, hai visto per caso la cartella blu con il discorso?»
La voce era quella di Alessandro Valenti.
Lui fece un passo all’interno.
Poi si fermò.
Giulia rimase con una mano sulla spalla scoperta.
Alessandro vide i segni.
Non tutti.
Ma abbastanza.
La sua espressione cambiò.
«Scusami. Non sapevo che fossi qui.»
Si voltò immediatamente.
«Esco.»
«No, aspetti.»
La parola le sfuggì senza che l’avesse decisa.
Alessandro rimase con la mano sulla maniglia.
«Dimmi.»
Giulia avrebbe voluto raccontargli tutto.
Avrebbe voluto pronunciare finalmente il nome di Riccardo.
Ma aveva paura.
Non soltanto per sé.
Sua madre, Teresa, era in lista d’attesa per un intervento cardiaco complesso proprio all’Ospedale San Vittore.
E Riccardo le aveva ripetuto più volte quanto fosse facile ritardare una pratica.
«Non è niente», sussurrò.
Alessandro non rispose subito.
Poi disse:






