«Chi vorresti chiamare a quest’ora, Rebecca? La polizia? Tua madre non c’è più per correre a salvarti, e i tuoi vecchi zii non hanno più alcun peso in questa città. Guarda in faccia la realtà: sei sola.»
Valeria scosse leggermente il capo, sistemandosi il colletto del cappotto rosso con un’aria di indulgente superiorità. «Non renderla più penosa di quanto non sia già, cara. Raccogli le tue cose prima che gli autisti arrivino a caricare i bagagli. Un taxi ti aspetta all’ingresso di servizio; non vorrai certo farti vedere dai vicini sotto il portico principale mentre piove a dirotto.»
Rebecca non rispose. I suoi occhi rimasero fissi sullo schermo illuminato del telefono. Il display mostrava un numero impresso nella memoria da anni, una sequenza che non aveva mai composto durante l’intero matrimonio, fedele alla promessa di non coinvolgere il passato nella sua nuova vita. Fece scorrere il pollice sul tasto verde e portò il ricevitore all’orecchio.
Un solo squillo. Poi il rumore ovattato di una linea satellitare protetta e una voce profonda, ferma, che cancellò in un istante il gelo della stanza.
«Dimmi, Rebecca.»
«Papà,» disse lei piano, con la mano posata sul grembo dove sentiva il battito regolare e fiducioso del bambino. «Alejandro ha ipotecato la villa di famiglia. Mi ha appena chiesto di andarmene per fare spazio a Valeria.»
Dall’altro capo ci fu una pausa di due soli secondi, in cui persino il fruscio del collegamento sembrò congelarsi. Non ci furono domande inutili, né sfoghi di rabbia impulsiva. «La tenuta di famiglia non si tocca. Resta dove sei. Non firmare nulla e non lasciare quella casa. Il mio aereo è atterrato a Linate venti minuti fa. Il convoglio è già sulla tangenziale.»
La chiamata si interruppe.
Alejandro la guardò con un misto di scherno e fastidio. «Tuo padre? Che ridicola messa in scena. Tuo padre ti ha diseredata quando hai scelto di sposare me invece di seguire i suoi sporchi affari all’estero. Non mette piede in questo Paese da dodici anni. Vuoi impressionarmi con i fantasmi?»
«Non è una messa in scena, Alejandro,» rispose lei con una calma innaturale, rimettendo con cura il telefono nella tasca del cardigan. «E la villa non è una semplice proprietà. Se avessi letto i registri notarili prima di firmare quelle garanzie bancarie con i tuoi intermediari, sapresti chi detiene il vincolo di prelazione perpetuo sul terreno.»
Valeria perse per un attimo il suo sorriso trionfante, lanciando un’occhiata furtiva ad Alejandro. «Di cosa sta parlando? Mi avevi assicurato che la linea di credito era pulita e che l’assegnazione dell’immobile a nostro favore sarebbe stata automatica con la firma della separazione.»
«Non sa quello che dice, si sta solo aggrappando all’aria fritta!» sbottò lui, afferrando bruscamente la valigia di cuoio. «Andiamo, l’autista è fuori. Domattina alle nove i miei avvocati le consegneranno la notifica esecutiva. Se non se ne andrà con le buone, la faremo scortare fuori dalla sicurezza privata.»
Ma prima ancora che i due potessero raggiungere la soglia d’ingresso, un boato improvviso squarciò il silenzio della collina. I cancelli monumentali in ferro battuto della tenuta, bloccati dal meccanismo elettrico, non vennero aperti con il telecomando: tre enormi fuoristrada blindati neri con fari abbaglianti allo xeno li sfondarono senza rallentare, arrestandosi con una frenata secca proprio davanti alla scalinata d’onore.
Dalle portiere scesero all’istante uomini in abito scuro, perfettamente coordinati, che circondarono il piazzale bloccando ogni via d’uscita alla berlina su cui Alejandro e Valeria avrebbero dovuto salire. Dalla seconda vettura emerse un uomo imponente, con un lungo soprabito di cashmere grigio antracite e i capelli brizzolati bagnati dalla pioggia. Era Vittorio Moretti, l’uomo il cui solo nome faceva abbassare la voce nei consigli di amministrazione dei principali istituti bancari europei.
Alejandro impallidì. Le dita gli si aprirono per riflesso e la valigia di cuoio cadde pesantemente sul pavimento di pietra, aprendosi e rovesciando documenti e abiti firmati. «Moretti… non è possibile…»
Vittorio salì i gradini della villa senza fretta, ignorando completamente la pioggia che gli bagnava le spalle. I suoi occhi d’acciaio incrociarono quelli di Alejandro con un disprezzo così gelido da togliere il respiro. Dietro di lui comparve il dottor Castaldi, il capo dei servizi legali del gruppo Moretti, con una cartella rigida sottobraccio.
«Hai confuso la generosità di mia figlia con l’ingenuità, ragazzino,» esordì Vittorio con voce bassa e controllata, fermandosi a un passo dalla soglia. «Hai ipotecato una residenza storica vincolata a una fondazione fiduciaria di cui Rebecca è l’unica beneficiaria, usando una procura speciale annullata d’ufficio tre mesi fa per frode contabile. Il direttore della filiale che ha approvato il tuo mutuo è già stato sospeso un’ora fa dalla direzione centrale.»






